Abbiamo intervistato Domenico Abbate, Project Manager e Country Representative di ICEI per il Brasile. Dopo aver lavorato per ICEI dal 2007 al 2010, è recentemente tornato nelle nostre fila per occuparsi del progetto Semi di Speranza, il quale si svolge nello stato brasiliano del Ceará; si tratta di un progetto finanziato da CEI – Comunità Episcopale Italiana ed è stato avviato nella primavera del 2025.
Domenico è un appassionato membro di ICEI, i cui valori ruotano tutti attorno a una cosa fondamentale: dare l’opportunità di un futuro migliore a chi vive in contesti di disagio e vulnerabilità. In questa intervista si vedrà quanto Domenico tiene a diffondere il messaggio di come il cambiamento per il meglio è concretamente possibile:
“I progetti cambiano davvero la vita delle persone, non sono cose romantiche o di fantasia. Dunque, è questa la cosa più bella ed importante: donare dignità alle persone e permettergli di vivere in modo degno e libero”
1. Come sei arrivato a lavorare in questo ambito?
Questo è un ambito che mi ha sempre interessato moltissimo, sin da quando ero adolescente. All’epoca non sapevo identificarlo come “voglio lavorare nella cooperazione internazionale”, ma desideravo comunque fare un lavoro con una forte componente umanitaria. Non avevo ancora chiaro cosa fosse lo sviluppo né conoscevo le differenze tra i vari tipi di cooperazione, ma una cosa l’ho sempre saputa: il mio interesse per la geopolitica. Fin dal liceo non c’era materia in cui mi sentissi più forte della geografia umana: per me non era studio, era passione. Ricordo che in quegli anni leggevo moltissimo il Manifesto, dove ho trovavo l’immagine di una mano che, al supermercato, nel momento in cui sceglie un prodotto, è come se potesse premere il grilletto di una pistola. Perché quella scelta, per quanto piccola, è collegata a conseguenze che possono avvenire a migliaia di chilometri di distanza. Questa consapevolezza mi ha sempre affascinato: capire come le nostre micro-azioni, come scegliere un prodotto piuttosto che un altro, possano avere un impatto enorme, persino pericoloso, se non si presta attenzione.
Per questo, già da adolescente cercavo di orientare i miei gesti quotidiani, evitando certi acquisti o comportamenti. Ma a un certo punto ho sentito che non bastava più: volevo capire se fosse possibile fare qualcosa anche sul campo. Così sono passato dalla curiosità e dall’informazione alla decisione: “No, io là ci voglio andare.”
2. Cosa ti ha spinto a collaborare con ICEI?
Con ICEI è stato un mix di due fattori: da una parte la fortuna, dall’altra l’interesse nei confronti di cosa faceva ICEI in relazione alle altre ONG. Fu nel corso di un viaggio in Mali che inaspettatamente incontrai una persona che lavorava nel mondo della cooperazione, e quindi è stato lì che ho potuto capire quali erano i migliori master, qual era il migliore percorso, e tutta una serie di informazioni che erano preziosissime per me. Infatti, al tempo mi accingevo a scegliere che cosa studiare per approfondire le mie conoscenze, dato che io comunque sono formato in giurisprudenza, certo, utilissima per il lavoro che faccio; tuttavia, mi mancava tutta quella parte di formazione sullo sviluppo. Quindi questa persona mi ha dato tutta una serie di consigli sui master da fare per lavorare nella cooperazione, fra cui uno della Statale di Milano che era più orientato al lavorare nelle ONG. Quando lei me ne ha parlato mi sono detto: “Wow è questo, questo è quello che voglio fare”. E quindi feci questo master, il quale prevedeva di fare uno stage all’estero, con una serie di progetti ed ONG fra cui scegliere; tuttavia, invece di scegliere una delle proposte del master, andai nella sede di ICEI e chiesi di fare lo stage in un loro progetto in Amazzonia che mi interessava molto. ICEI aveva catturato la mia attenzione perché, nonostante non fosse una grossissima ONG, mi colpì moltissimo come fossero focalizzati sullo sviluppo, ma sviluppo nel senso concreto. Non si trattava di semplici interventi umanitari di tipo prettamente assistenziale, comunque fondamentali, ma che non risolvono i problemi alla radice; no, noi ad ICEI ci occupiamo di sviluppo effettivo, lavorando soprattutto nel campo dell’agricoltura; ci occupiamo, insomma, di aiutare nello sviluppo di tutto quello che incide sui processi produttivi dell’alimentazione, che sono ovviamente importantissimi.
3. Di cosa ti occupi concretamente nel progetto?
Per quanto riguarda il progetto Semi di Speranza, io ne sono il project manager/capo progetto, e quindi mi occupo di organizzare le attività con i partner locali, fare la programmazione finanziaria, occuparmi della rendicontazione, gestire situazioni eventuali fra i vari partner o fra i partner e i tecnici, e poi ovviamente mi occupo di tutta quella parte di interazione con l’Italia, ovvero con la sede centrale ICEI. Insomma, direi che questo lavoro significa anche fare un po’ lo psicologo a volte, come tutti quelli che devono avere un ruolo di coordinazione tra vari gruppi di persone.
4. Quali sono le attività e gli obiettivi principali del progetto?
L’obiettivo principale di questo progetto è l’implementazione di sistemi agroforestali, ovvero forme di coltivazione che hanno come focus quello di aumentare la produttività dei terreni, ma non considerando la natura come qualcosa da combattere costantemente, bensì come un partner: se si fa in modo che vengano coltivate più specie assieme, non c’è più bisogno di usare pesticidi, l’umidità del suolo aumenta e si riduce la necessità di irrigare, il suolo diventa più nutriente e non servono più fertilizzanti, l’erosione del suolo diminuisce ecc. … Questo perché le piante tra di loro si aiutano, è come se si costruisse una squadra che lavora assieme agli agricoltori. Questa è la parte principale del programma, però ci sono anche delle attività complementari. Una di esse, soprattutto rivolta alle donne, è svolta nel quintão di casa, un giardino che normalmente si trova dietro l’abitazione, in cui è gestito un piccolo sistema di produzione agricola. Si tratta di uno spazio utile — in un clima semiarido come questo — a far crescere ortaggi e favorire un’alimentazione sana, normalmente destinata a chi ha un maggiore potere d’acquisto, mentre risulta troppo cara per la maggior parte della popolazione locale. Inoltre abbiamo sistemi familiari di allevamento ittico in delle vasche la cui acqua è utilizzata per coltivare le piante; essendo questa piena di residui organici che i pesci producono, è fertilissima fornendo così un’alimentazione sana, attraverso il pesce allevato e l’utilizzo di acqua ricca di nutrienti per gli ortaggi in un ambiente, il semiarido, in cui l’acqua scarseggia. Ci occupiamo anche dei lombricai, importanti per fertilizzare la terra, che oltre ad essere direttamente utilizzati possono essere anche venduti, assieme alla terra da loro fertilizzata; implementiamo fra l’altro l’allevamento di api locali che sono a rischio d’estinzione per via dell’utilizzo di pesticidi e della competizione con le api non native importate dall’Europa. Infine, facciamo attività di formazione con le mamme e i bambini al fine di promuovere un’alimentazione sana e naturale e questo perché, in contesti in cui le uniche/principali fonti di informazione della popolazione locale sono costituite da TV e radio che, attraverso la pubblicità magari di prodotti ultraprocessati, promettono felicità e benessere a chi li consuma, avvalendosi del fatto che la veridicità di tali informazioni sarebbe attestata dal mezzo attraverso cui vengono veicolate, ovvero i mezzi di comunicazione formali controllati dalle autorità competenti, dando in tal modo a questi messaggi fuorvianti, l’idea di informazioni sicure dovutamente controllate: “se lo dice la TV, deve essere vero”.
5. Raccontaci un momento significativo che hai vissuto durante lo svolgimento del progetto.
La maggiore felicità credo sia stata quando mi sono ritrovato davanti alle persone beneficiarie del progetto per la prima volta dopo la sua approvazione, per organizzare l’avvio delle attività. Infatti, per qualsiasi progetto, ogni volta che ciò accade, capisci una cosa: ovvero il fatto di vedere che ciò che per me è stato il lavoro di anni a studiare, ascoltare e scrivere, per loro è la vita reale, per loro vuol dire la possibilità concreta di cambiare le loro vite, di fare un lavoro degno. Perché dico questo? Perché, se grazie al progetto una donna può restare nella sua casa immersa nella natura – non limitata al ruolo di casalinga, ma libera di occuparsi dei figli come piace tantissimo qui in Brasile – e allo stesso tempo avere autonomia e dignità, allora le si offre la possibilità di fare qualcosa che le dia soddisfazione e, insieme, la renda indipendente e libera. In questo modo non è costretta a un lavoro alienante né a dipendere dall’“uomo di casa”. È proprio qui che capisci che sì, i progetti cambiano davvero la vita delle persone: non sono sogni romantici o fantasie. Ed è questa la cosa più bella e importante: donare dignità e permettere alle persone di vivere in modo degno e libero.
6. Come collabori con la comunità locale?
Sei in grado di entrare in contatto diretto? Il rapporto diretto con la comunità locale è fondamentale: solo chi la vive ogni giorno conosce davvero bisogni, desideri, regole e relazioni di quel contesto. Per questo è importantissimo stare insieme a loro, scrivere i progetti in modo partecipato e chiedere sempre la loro opinione prima di prendere decisioni che, con le nostre informazioni, possono sembrarci giuste, ma che magari non rispondono alle loro reali esigenze. Sono le comunità stesse a dover dire di cosa hanno bisogno.
7. Che impatto vedi nei progetti ICEI sul territorio?
L’impatto dei progetti ICEI sul territorio è considerevole, è un impatto importante perché è come se andasse controcorrente. Perché ad esempio oggi l’agrologia intensiva dice che si devono utilizzare fertilizzanti perché i terreni sono poveri e senza non è possibile produrre. Oppure si dice che bisogna coltivare a monoculture, perché è molto più facile fare un campo con una sola specie di pianta. Invece il modello ICEI dice: no, non c’è bisogno di fertilizzanti se non si fa una monocultura, si mettano piuttosto tutte le piante assieme perché loro si aiutano a vicenda e il suolo così è automaticamente più fertile. Inoltre, questo tipo di agricoltura intensiva diffusa oggi è insostenibile per i piccoli agricoltori e quindi succede che sempre più persone lasciano il campo perché non è redditizio, il che è ovviamente molto conveniente per le grandi imprese; tuttavia coltivare in modo biologico per un piccolo agricoltore significa non dover concorrere con questi colossi. Quindi tutti i progetti di ICEI che si occupano perlomeno di agricoltura e di impiantare sistemi agroforestali hanno questo importantissimo impatto di, oltre al diffondere un’alimentazione nutriente, sana e rispettosa dell’ambiente, permettere alle persone coinvolte nel progetto di avere una vita migliore, più felice e degna; un impatto essenzialmente sia a livello ambientale, che economico, che sociale.
8. Una parola che per te rappresenta il senso di questo lavoro Cambiamento.
Cambiamento positivo ovviamente. Questo perché essere agente di cambiamenti positivi è, secondo me, la cosa più importante. Ed importante è anche essere coscienti che queste cose funzionano davvero e cambiano la vita delle persone.



